Escher painting. Courtesy Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema

“Gli hippie di San Francisco continuano a stampare clandestinamente il mio lavoro. Sono riuscito a impossessarmi di qualcuno di quegli orrendi risultati. Non riesco a capire perché i giovani fuori controllo di oggi apprezzino così tanto le mie opere”. Sul finire degli anni Sessanta cumuli di lettere, pacchi di tovagliette ispirate ai suoi quadri e ospiti inattesi raggiungono Maurits Cornelis Escher nella silenziosa casa di Baarn. Provocando non poco stupore: in apparenza nulla è più distante delle sue sobrie litografie “dall’orgia di colori così stridenti da far male agli occhi” che accende il popolo di Woodstock. Ma qualcosa sfugge al maestro. Gli incredibili mondi da lui immaginati e i giovani in rivolta sulle due sponde dell’Oceano sono ormai parte di un cortocircuito inarrestabile. “Escher mi ha fatto vedere la realtà in modo diverso”, dirà con semplicità Graham Nash, anima della band Crosby Stills Nash & Young, che dopo aver conosciuto il mondo di Escher si è dato alle arti visive come collezionista ed editore. Le prospettive impossibili del grafico olandese finiranno sulle copertine di vinili in cima alle classifiche, nonostante il fermo rifiuto opposto dall’incisore a Mick Jagger che gli chiedeva una cover per Through the Past, Darkly. “Si prega di dire al signor Jagger – leggiamo nella risposta – che per lui io non sono Maurits, ma, molto cordialmente, M.C. Escher”.

È questo lo scenario di Escher – Viaggio nell’infinito, nelle sale italiane il 16 e il 17 dicembre con Wanted Cinema e Feltrinelli Real Cinema. Diretto dall’olandese Robin Lutz e narrato dal noto attore britannico Stephen Fry, il film racconta la vita e il lavoro del più noto incisore della storia moderna provando a far proprio il suo personale punto di vista. Mentre sullo schermo scorrono i primissimi piani di opere iconiche e meno note – dai paesaggi italiani alle metamorfosi, dalla scala di Penrose agli spazi paradossali – pagine dai diari di Escher, lezioni e appunti compilati nel corso di una lunga carriera ci introducono nei meandri di una mente a un tempo austera e piena di fantasia, solitaria eppure capace di parlare oltre i limiti di competenze e generazioni. A fare da ironico contrappunto sono le prove della popolarità raggiunta dall’opera di Escher dagli anni Sessanta in poi: senza bisogno di chiedere il permesso, film, tatuaggi, grafica e pubblicità continuano a nutrirsi di un immaginario affascinante, nato da una sintesi singolare e non sempre consapevole di arte e matematica.

Pensieri creativi e brani di vita quotidiana si mescolano nel documentario di Lutz, che si arricchisce delle testimonianze inedite di George e Jan Escher, i figli dell’artista. Seguiamo il peregrinare della famiglia dall’Olanda all’Italia, dalla Svizzera al Belgio, mentre l’Europa si infiamma sotto i colpi del nazifascismo e della guerra, ma annusiamo anche l’odore dell’inchiostro che si spande in casa tra le note di Bach e scrutiamo insieme la vita segreta nascosta in una pozzanghera. Vediamo Escher innamorarsi a Ravello e poi esercitarsi nel disegno, ostinatamente chiuso nel suo studio – “inseguo sempre una visione che non può essere realizzata”, si rammarica – o mentre passeggia nel bosco, osserva le geometrie dell’Alhambra di Granada e riflette deliziato sugli imprevisti di un viaggio nel Belpaese.

“Non sono un artista”, risponde all’esterrefatto Graham Nash che va a trovarlo, ma le formule matematiche che gli scienziati rintracciano nelle sue opere gli appaiono oscure: “preferisco usare il mio metodo un po’ goffo”, conclude. Si sente solo, Escher, quando le sue indagini lo portano a parlare un linguaggio, quello della matematica, che pochi possono intendere, e contemporaneamente comprende di non saperne abbastanza per confrontarsi con gli specialisti del settore.
Ma la sua arte complessa, frutto di estrema, quotidiana fatica, è capace di conquistare il mondo con eccezionale immediatezza: pattern ipnotici, prospettive paradossali, universi interi riflessi in una sfera o in uno specchio d’acqua inchiodano l’occhio al richiamo dell’infinito. È un pesce o un uccello? Salgono o scendono gli omini del castello? Dov’è la coda del serpente? E il teschio riflesso nell’occhio è dentro o fuori dal quadro? – ci chiediamo fissando lo schermo rapiti dal fascino dell’ambivalenza. “Forse rincorro solo la meraviglia”, risponde l’artista, e promette: “Solo con il mio lavoro potrei riempire un’altra vita”. A rinascere sono state le sue opere, protagoniste di nuove, incontrollabili trasformazioni.